David La Chapelle: mostra a Roma

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David La Chapelle: mostra a Roma

Messaggio Da childhood il Mer Mag 13, 2015 2:04 pm

La Chapelle, fotografie come un caleidoscopio nel mondo onirico e pop di David



Dal 30 aprile in mostra al Palazzo delle Esposizioni, 150 opere "After the deluge"

di LAURA LAURENZI

La Chapelle, fotografie come un caleidoscopio nel mondo onirico e pop di David
Dopo di lui il diluvio. O più esatto sarebbe dire: dopo il diluvio lui. Si intitola "David LaChapelle, After the Deluge" la retrospettiva dedicata al grande fotografo e artista americano che si inaugura il 30 aprile a Palazzo delle Esposizioni. Perché questo titolo dalle sfumature apocalittiche? La mostra si concentra (ma non solo) sui lavori che La Chapelle ha realizzato dopo il 2006, anno spartiacque della sua produzione artistica. Nel 2006 infatti l'autore ha firmato la monumentale serie "The Deluge", ispirata all'affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina: opera creata non su incarico di un committente, non destinata a una campagna pubblicitaria o alle pagine di una rivista di moda come era avvenuto fino ad allora, bensì per essere esposta in un museo.

Dopo "The Deluge" la produzione del fotografo americano, virtuoso del kitsch alto di gamma, si volge verso altre direzioni estetiche e concettuali. Lo scrive il curatore della mostra Gianni Mercurio nel suo saggio introduttivo: "Il segnale più evidente del cambiamento è la scomparsa dai lavori seriali della presenza umana: i modelli viventi che in tutti i lavori precedenti (unica eccezione è "The Electric Chair" del 2001, personale interpretazione del celebre lavoro di Andy Warhol) hanno avuto una parte centrale nella composizione del set e nel messaggio incarnato dall'immagine, spariscono... LaChapelle cancella clamorosamente la carne, elemento caratterizzante della sua arte".

Tuttavia la mostra romana, costituita da 150 opere  -  alcune immense, sette metri x due, alcune stranote, altre totalmente inedite, altre ancora esibite per la prima volta in un museo  -  permetteranno al pubblico di ritrovare il David LaChapelle più conosciuto e riconoscibile, il più barocco, il più pop, il più bizzarro, onirico, caleidoscopico, il più vinilico ed estremo nella saturazione dei colori e nella visionarietà delle composizioni, dove il successo dell'eccesso per nostra fortuna è sempre temperato dall'ironia. "C'è stato un tempo in cui lavoravo per le riviste di moda e c'era libertà perché non ci si aspettava molto da quel genere di foto  -  racconta oggi l'ex ragazzo prodigio che a 17 anni fu lanciato da Andy Warhol su Interview  -  Alcuni erano solo scatti di evasione, con una dose di humour, ma poi, quando ho cominciato a esporre nelle gallerie mi sono reso conto che ci si aspettava di più da queste foto. Così ho voluto avere un dialogo più profondo con la gente che le guardava".

In mostra a Roma anche un corpus di opere prodotte fra il 1995 e il 2005: scene di ispirazione surrealista basate su temi religiosi, citazioni di capolavori della storia dell'arte, ma soprattutto ritratti di celebrities del mondo della musica, del cinema, e della moda: "Nel mondo della moda sono sempre stato un outsider, ma facevo venire bene le persone, per questo ho fatto carriera", ha raccontato l'artista. La mostra ospiterà una rassegna di filmati di backstage che documentano il complesso processo di realizzazione dei vari set. Ricordiamo che LaChapelle è anche regista di video musicali per star come Elton John, Jennifer Lopez, Amy Winehouse.




Roma omaggia David LaChapelle (Connecticut, Usa, 1963). Una mostra monumentale, allestita tra le sale del palazzo delle Esposizioni, per celebrare un autore eclettico, che da circa vent’anni si muove sulla scena internazionale con l’agilità, la genialità e lo smalto di un eccentrico maestro dell’immagine contemporanea.
“Dopo il Diluvio”, recita il suggestivo titolo, riferendosi al corpus di opere che la mostra sceglie di evidenziare, costruendovi intorno un ritratto definito: sono tutte opere successive alla serie “The Deluge” (2006) – ispirata al grande affresco michelangiolesco della Cappella Sistina – che fu pietra miliare nel percorso di ricerca dell’artista. Da lì in poi il suo lavoro avrebbe imboccato strade meno commerciali e più autenticamente, esteticamente, concettualmente autonome. Non più produzioni pensate per pubblicità, videoclip, fashion magazine, ma opere “pure”, destinate a musei e gallerie.

Così, sul filo di metafore e citazioni, dopo il diluvio di composizioni patinate, sexy e stylish, la rigenerazione artistica è passata per l’approdo ad una terra nuova, in cui architetture, nature morte, rifacimenti di capolavori della storia dell’arte, paesaggi, scene d’interni, incontrano il suo sguardo allucinato, in cui convivono manierismi pop, atmosfere fantasy, straniamenti onirici, allucinazioni notturne e scintillanti skyline industriali.
La mostra, curata da Gianni Mercurio, ha raccolto oltre centocinquanta opere prodotte dal 2006 a oggi, accostandovi, per dovere di ricostruzione storica e per un opportuno raffronto, alcuni pezzi celebri risalenti al primo periodo (1995-2005). A completare il tutto una selezione di video di backstage in cui si svela il processo di realizzazione che sta dietro agli allestimenti dei barocchi set fotografici. E poi l’indispensabile catalogo antologico, edito da Giunti e curato da Merucrio insieme a Ida Parlavecchio.

Helga Marsala



io ho sempre desiderato vedere queste opere!!!!! andrò prestissimo a vedere questa mostra!!

-Aggiungo un'intervista di David Lachapelle

Un incontro con l'artista americano in occasione della sua mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma. «Fotografo finché non ottengo ciò che voglio. Organizzo il set, metto in posa i modelli, curando tutti i particolari e poi sopraggiunge anche la magia»

L' eterno ragazzo dallo sguardo triste, così appare David LaChapelle (Fairfield, Connecticut 1963, vive e lavora tra Los Angeles e le Hawaii) con il cappello alla Boy George, gli stivali texani e la giacca appartenuta ad un veterano della guerra del Vietnam da cui si intravede una maglietta rossa con il volto di Michael Jackson alla Che Guevara. La smania di accendere una sigaretta — che è lì, dietro l’orecchio — è dominata, almeno momentaneamente.
L’artista noto per i suoi scatti surreali, eccessivi e trasgressivi risponde pacato alle domande, prendendosi il tempo per riflettere e guardando sempre negli occhi. Intorno a lui, al primo piano di Palazzo delle Esposizioni (in questa sede nel 1999 era stata organizzata la mostra Hotel LaChapelle), un crescendo di opere drammatiche dove la figura umana scompare lentamente, come The Crash (2008), After the Deluge: Museum (2007), Black Friday at the apocalypse (2013), fino alla recentissima Aristocracy (2015): tasselli di cielo dai colori innaturali attraversato da aerei-uccelli. Ma è Deluge l’opera intorno a cui ruota l’intera mostra David LaChapelle, dopo il diluvio, a cura di Gianni Mercurio, promossa da Roma Capitale — Assessorato alla Cultura e Turismo e prodotta da Azienda Speciale Palaexpo, in collaborazione con Madeinart e David LaChapelle Studio (fino al 13 settembre).

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Questa grandissima stampa cromogenica che apre il percorso espositivo s’ispira — come è dichiarato nel titolo — al Diluvio Universale della Cappella Sistina ed è stata realizzata nel 2006, dopo un profondo travaglio interiore dell’autore. Un anno segnato anche dalla scelta di ritirarsi a vivere alle Hawaii e di non fotografare più le «celebrities», di cui pure riconosciamo volti noti in opere come Rape of Africa (Naomi Campbell), American Jesus e Archangel Michael (Michael Jackson).
Per il curatore è fondamentale sottolineare la straordinaria abilità del fotografo nel manipolare l’immagine senza far ricorso a Photoshop, ma costruendo dei set cinematografici con effetti speciali e l’uso determinante delle luci (in mostra sono presenti anche alcuni video musicali e documentari di backstage). «LaChapelle è andato oltre l’istanza realista — spiega Mercurio — inserendo nella fotografia una vena narrativa. È stato definito felliniano, ma non certo in chiave onirica. Nei lavori precedenti a Deluge c’è un’evidente vena surrealista, però il suo essere un po’ felliniano sta più nel modo di costruire i set e far lavorare i caratteri, manipolando personaggi famosi. Nelle sue immagini tutto è possibile».

LaChapelle, lei ha affermato che, all’inizio della carriera, fotografare molte persone, o meglio personalità, era un modo per ricostruire il mondo della cultura popolare. Forse anche per riscrivere la storia?
Riscrivere la storia è una grande sfida. Non credo che questa fosse la mia idea. Fotografare era semplicemente il mio modo per relazionarmi al presente.

La scelta del bianco e nero che ha caratterizzato il lavoro fino agli anni ’90 era legata alla paura di essere sieropositivo. Il colore ha rappresentato l’uscita da un incubo. La saturazione cromatica sembra sottolineare il meccanismo dell’eccesso. È così?
Ho cominciato con il bianco e nero e la camera oscura, come tutti. Lavoravo anche a colori perché collaboravo con le riviste (tra le altre Vogue, The Face, Vanity Fair, New York Times Magazine, ndr). È vero, però, che quando finalmente ho scoperto di non essere sieropositivo — per timore, per tanto tempo non ho fatto il test — ho usato il colore in modo celebrativo. La fotografia è liberatoria, permette di oltrepassare i confini.

Nel suo linguaggio iperrealista ci sono due punti di riferimento fondamentali: Warhol, che le affidò le copertine di «Interview Magazine», e Michelangelo…
Ricordo che ero molto giovane quando scoprii Michelangelo. Quanto a Warhol, durante una gita scolastica, vedendo in un museo una sua mostra mi dissi che doveva trattarsi di qualcosa di proibito, per adulti, anche se erano soltanto dei quadri di Marilyn. Michelangelo, come Warhol, è un artista pop perché si vede dappertutto, sulle tazze da caffè, calendari… La sua è un tipo di arte popolare che arriva a tutti.

Dalla velocità che accompagna i suoi primi ritratti arriviamo a costruzioni sofisticate che necessitano di tempi di produzione molto diversi… L’intuito resta sempre determinante?
Sì, certamente. L’intuito è qualcosa di molto importante nell’esistenza, non solo nell’arte. La maggior parte delle mie decisioni, come agire, affrontare la vita e come capire le persone, arriva da lì.

Umorismo e provocazione sono anche due «topos» della fotografia di moda. In che modo si riallacciano alla sua idea di sublime che contempla anche la catastrofe?
La fotografia di moda non si confronta con idee profonde. C’è un’esagerazione nell’uso dei termini: è tutto bellissimo, geniale, addirittura sublime. Ma il sublime è una cosa rara che si trova nella natura e, meno frequentemente, nell’arte. Io provo a raggiungerlo, ma non so se ci riesco, né se altri artisti raggiungano l’obiettivo. Per me il sublime è una reazione fisica dell’individuo, quando si commuove di fronte a qualcosa. Ad esempio quando nasce un figlio, oppure osservando un paesaggio naturale. Un’emozione del genere mi è capitata quando ho avuto la possibilità di vedere la Cappela Sistina da solo, senza i rumori degli altri visitatori intorno. È stata un’esperienza mozzafiato.

Lo «snapshot» non fa parte della sua visione. Qual è, se c’è, uno stratagemma per cogliere l’attimo?
Fotografo finché non arrivo dove voglio arrivare. Organizzo il set, metto in posa i modelli, curando tutti i particolari e poi sopraggiunge anche la magia. In Pietà, Courtney Love, la vedova di Kurt Cobain, incarnava la Pietà con il corpo del marito morto sulle ginocchia: spontaneamente, sono scese le lacrime.

Ha ritratto Alexander McQueen, Uma Thurman, Elizabeth Taylor, Whitney Houston, Moby, Michael Jackson, Naomi Campbell, Jeff Koons… c’è una storia da raccontare?
Ne avrei a migliaia, di storie. Il mio rapporto con le celebrità è amichevole, anche se le persone con cui trascorro il mio tempo sono altre. La vita di una «celebrity» non è facile, si diventa un individuo «fuori di sé». Alcuni, hanno compreso subito il potere dell’immagine fotografica (Marilyn, Greta Garbo o James Dean). Non è un caso che quelli che non si lasciano coninvolgere dai fotografi, poi non abbiamo una lunga carriera. C’è una famosa foto di James Dean a Times Square con il cappotto dal bavero rialzato e la sigaretta accesa. Sembra un’immagine spontanea, ma fa parte di un servizio fotografico scattato da Dennis Stock nel 1955. L’immagine per Dean non aveva segreti!
Fonte: ilmanifesto

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